Pratiche di lotta alla povertà con i poveri

 

Cosa significa pratiche di lotta alla povertà con i poveri? Significa affrontare i problemi con chi li vive quotidianamente. Più di altri sa quanto sia difficile, come farlo senza rinunciare alla dignità, senza consegnarsi a pratiche assistenzialistiche. Sa come evitare le risposte che non aiutano perché creano dipendenza assistenziale. Sa come difendersi da chi non ne riconosce le capacità. Sa che non è possibile affrontare da soli il bisogno, soprattutto quando è troppo grande.

Avviare a Padova cantieri di carità e giustizia significherà, prima di tutto, credere in questo incontro e farne impresa possibile. Da troppi anni le politiche pubbliche hanno trasformato la lotta alla povertà in pratiche assistenzialistiche fatte di sussidi e trasferimenti monetari, senza chiedersi se questo potesse bastare, se dopo l’aiuto (necessario nell’emergenza) non fosse ancora più necessario l’aiuto che valorizza le potenzialità di ogni persona.

La città ha bisogno di ripensare le proprie forme di lotta alla povertà, senza limitarsi a “raccogliere e redistribuire”. La vera sfida viene dopo, quando le risorse a disposizione possono essere arricchite dalle capacità dei poveri. Con loro è possibile farle rendere, rigenerarle, valorizzando le responsabilità di ogni persona. È futuro a disposizione, per una cittadinanza più responsabile, se i suoi abitanti contribuiranno a costruirlo.

I cantieri sapranno valorizzarlo e riconoscerlo “con i poveri”? Le diverse povertà chiedono pratiche coerenti con i problemi da affrontare. Dovranno superare il materialismo “del dare senza chiedere”, degli aiuti che non aiutano, che evitano l’incontro con l’altro, che non vedono nel povero una persona ma un bisognoso da assistere.

Anche ai poveri sarò chiesto “mi hai dato da mangiare, da bere, mi hai vestito…?”, cioè il dono e la responsabilità di poter dare e non soltanto ricevere, per fare esperienza di salvezza condivisa. I cantieri di carità e giustizia lo proporranno, con pratiche consapevoli che “non posso aiutarti senza di te”. È un’opzione etica, una scelta di fede, un modo per dare senso profondo all’incontro tra persone e per facilitare l’incontro tra diritti e doveri.

Il “non posso aiutarti senza di te” può anche trasformarsi in proposta: “quello che ricevi non è soltanto per te ma per aiutarti e per aiutare”, per facilitare soluzioni condivise a vantaggio dell’intera città nel passaggio da carità a giustizia. Nei cantieri si imparerà a svilupparle con pratiche “a corrispettivo sociale”, cioè basate sull’aiuto che aiuta, sui beni da condividere. Se lo fanno i poveri tutti possono farlo.

L’apporto dei poveri è, infatti, necessario per moltiplicare i talenti a disposizione. Senza di loro il passaggio da carità e giustizia non può realizzarsi pienamente. Per questo non basterà chiedersi “cosa dare” ma “cosa chiedere e proporre” perché le capacità dei poveri vengano valorizzate “giustamente” e messe in grado di generare bene comune. Non sarà facile. Serviranno competenze nuove e necessarie per sviluppare una vera e propria “logistica delle capacità”, cioè sistemi di fiducia nelle capacità di ogni persona, senza discriminazioni.

Non sarà facile in una città che ha paura delle diversità, che le considera un male da evitare, un pericolo da contrastare. Per scoraggiare queste paure, le pratiche di carità e giustizia si sottoporranno al vaglio della verifica dei frutti, cioè a valutazioni necessarie per alimentare le responsabilità, verificare il loro esercizio, riconoscere i beni prodotti, valutare le ricadute sociali. Avremo cioè bisogno di chiederci costantemente quale futuro costruire per la città.

L’idea che anche oggi Padova possa lottare contro la povertà “con i poveri” è un dono e una sfida. Potrebbe sembrare impossibile, cioè oltre le possibilità di quanti ogni giorno in prima linea affrontano questi problemi. Ma proprio da loro vengono testimonianze di fede, speranza, carità, cercando oltre i limiti, le paure, gli ostacoli.

I cantieri potranno contare su di loro, su quanti conoscono i problemi, perché li vivono in prima linea. Sanno cos’è utile, cos’è necessario, cosa evitare. Sanno che alzare l’asticella della sfida significa “accettare di non vincerla da soli”, ma “insieme”, “con i poveri”. Per questo sarà necessario condividere le scelte negli incontri con le persone, con coordinamenti agili e flessibili, adottando decisioni sobrie. Sarà un modo per stare dalla parte dei poveri, in una città capace di attingere dalla propria storia la forza per rinnovarsi.

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